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La storia della chiesa

Le origini della Pieve

La chiesa arcipretale è dedicata alla Purificazione della Beata Vergine.
È costruita a navata unica con ottima acustica che ben si adatta ai concerti.
Eretta nel 1597, subì una radicale ristrutturazione nel 1742. Il portale in pietra, opera dei Gerardini di Lago, risale al 1860.
La facciata, che imita quella della cattedrale di Vittorio Veneto, venne inaugurata il 5 aprile 1926.
All'interno della chiesa si possono ammirare la Pala di Cesare Vecellio sull'altare maggiore, il soffitto affrescato da Sebastiano de Boni, una pregevole "Via Crucis" con cornici dorate in legno ed altre opere d'arte.
È inoltre presente un pregiato organo a due tastiere della ditta A. Pugina di Padova (1911).
Il coro in legno reca sulle pareti due affreschi incompiuti di Giovanni De Min.
Gli altari sono costituiti da preziosi marmi policromi recuperati dalla chiesa di San Francesco di Conegliano, demolita nel 1810.
Accanto alla chiesa vi è il caratteristico campanile pendente risalente al 1540 e sopraelevato nel 1722.

La chiesa parrocchiale

Dove sorgesse e quale forma avesse la prima chiesa parrocchiale, per mancanza assoluta di documenti, non ci è dato di saperlo.

La prima descrizione
Le relazioni in occasione di Visite Pastorali alquanto dettagliate incominciano con l'anno 1736 e poi si ripetono quasi alla lettera, salvo qualche circostanza degna di rilievo. È proprio in quella relazione che è fatta per la prima volta la descrizione della chiesa arcipretale, ma siccome la scrittura è alquanto illeggibile, preferiamo ricavarla da quella presentata il 4 giugno 1741 dall'arciprete Domenico Casoni. Egli dice:
"La chiesa è consacrata e si fa l'Ufficio della sua consacrazione nella seconda domenica di quaresima. Ha nel suo interno cinque altari:
Il l ° è l'altare maggiore sotto il titolo della Madonna della Purificazione.
Il 2° è sotto il titolo di S. Benedetto, il quale viene provveduto con le entrate degli iscritti a detta scola.
Il 3° è sotto il titolo di S. Antonio ed è provveduto in parte con le proprie entrate ed in parte dalle altre scuole.
Il 4° è sotto il titolo di N. S. del Rosario ed è mantenuto con entrate proprie.
Il 5° è sotto il titolo della B. V. della Cintura ed è provveduto in qualche parte con le entrate proprie ed in parte con quelle delle altre "scole" . (La devozione della "Madonna della Cintura" era propria delle donne partorienti).
Bisogna arrivare alla relazione per la Visita Pastorale del 16 aprile 1820, fatta dal Vescovo Benedetto Falier per trovar scritto: "Tutti gli altari sono provveduti dell'occorrente dalla fabbriceria". Si vede che ormai le "scole" per l'incameramento dei beni ecclesiastici fatti da Napoleone o per altri motivi erano in forte declino, incapaci di auto finanziarsi.
E pensare che nella relazione stesa dall'arciprete Costantini per la Visita pastorale del 9 giugno 1805 si poteva leggere: "È stata ripristinata la Confraternita del SS.mo il 10 giugno 1801 con 400 iscritti... La scola del Rosario conta 600 confratelli...!".
Da una relazione di Visita Pastorale si sa che l'attuale chiesa arcipretale fu eretta verso la fine del secolo XVI (anno 1597). Va quindi collocata in questa data e l'ordinazione da parte dei tarzesi della pala dell'altare maggiore commissionata a Cesare Vecellio, che visse appunto dal 1530 al 1601. Ma solo nel secolo XVIII (anno 1742) essa prese la forma attuale e definitiva, sempre conservando anzi abbellendo sempre più il suo stile originario di marca rinascimentale palladiana.
Le varie contraddizioni che in lei si notano e che colpiscono subito un attento visitatore, anche se poco esperto d'arte, sono da attribuirsi alla mancanza di una pianta organica o di un progetto unico preordinato per la sua costruzione.
È certo che la prima chiesa di cui si ha ricordo doveva avere l'altar maggiore e il coro rivolto dalla parte ove ora si trova la porta centrale d'ingresso. Infatti, anticamente era d'uso di tenere la chiesa orientata in modo che la porta maggiore fosse volta a nord e l'altar maggiore invece verso levante, cioè verso il sorgere del sole e questo per un significato allegorico e mistico; affinché cioè il sacerdote ed il popolo nella loro preghiera avessero lo sguardo sempre rivolto verso il paese da dove è apparso Cristo "la luce del mondo".
Ma qui alla nostra storia subentra un fatto che sa di leggenda popolare e le leggende una volta fiorivano e si moltiplicavano come il numero delle... streghe e delle superstizioni! Del fatto che stiamo narrando non si ha alcun riscontro storico.
Si racconta pertanto che durante la celebrazione d'uno sposalizio, la promessa sposa rifiutasse categoricamente il suo assenso alle nozze con il suo promesso sposo proprio là ai piedi dell'altare. Acceso dalla gelosia, molto risentito dello smacco subito e non sopportando quindi tale pubblico affronto, il respinto uccise sul colpo la fedifraga fidanzata, tra la costernazione generale!
Consumare un delitto in chiesa è un sacrilegio tale che ne comporta, ancor oggi, automaticamente la sua sconsacrazione. Ma anche se la chiesa venne di nuovo riconsacrata, l'impressione che tale fatto suscitò, fece sì che né i sacerdoti per la celebrazione delle sacre funzioni, né tanto meno le future coppie di sposi osassero gli uni celebrare i divini misteri e le altre presentarsi per chiedere la benedizione delle loro nozze là dove s'era perpetrato un sì orrendo misfatto.

La sua attuale configurazione
Così si arrivò nella determinazione di dare alla chiesa una sua nuova configurazione, una sua nuova fisionomia.
Comunque siano andate le cose, è certo che nel 1742 all'ingegner Domenico Legati da Conegliano fu affidato l'ardito progetto di congiungere l'esistente chiesa parrocchiale con le due chiesuole limitrofe del secolo XII - XIII, e che erano usate per le riunioni e le devozioni degli iscritti alle confraternite del S. Rosario (l'attuale sacrestia) e di S. Benedetto (la stanza dal lato opposto).
L'impresa non era tra le più facili; ma preso il coraggio a due mani, sotto la direzione e l'assistenza di Antonio De Boni, un po' alla volta, il progetto sortì l'effetto sperato; si congiunsero tra loro a nord, sopraelevando una cupola, questi due edifici dando così forma all'attuale coro; mentre con il prolungamento e il congiungimento dei muri laterali a quelli già esistenti delle dette chiesuole e la demolizione della facciata della chiesa parrocchiale, si poté ricavare l'attuale ampia navata, spaziosa, proporzionata e bella.
Così completato, il sacro edificio venne a misurare m. 25 di lunghezza per 12 di larghezza con il coro lungo m. 11 e largo m. 7.

Lavori eseguiti dal 1900 al 1985

Lavori eseguiti dal 1900 al 1985 - Parrocchia di Tarzo  (TV)
Nel 1900 l'arciprete mons. Giuseppe Cima (1895-1906) pensò per la parrocchiale ad un nuovo pavimento a quadri romboidali di marmo di Carrara, alternati con altri di marmo verde bardiglio del nosto Cadore.
La maestosa e solenne facciata, costruita ad imitazione di quella della cattedrale di Vittorio Veneto, fu invece inaugurata il 5-4-1926, seconda festa di Pasqua. Ha un basamento di pietra viva e il resto in cemento martellinato; il lavoro stato portato a termine dalla ditta Raccanelli-Rosolen di Vittorio Veneto, essendo arciprete di Tarzo mons. Luigi Paneghetti (1912-11926).
Ecco come il settimanale diocesano "L’Azione" (n. 15 del 10 aprile 1926), in un articolo di cronaca, ne descrive l’avvenimento: "Lo zelo ed il gusto estetico di don Luigi Paneghetti, arciprete di Tarzo, aveva reso persuasi e concordi i suoi 3 mila parrocchiani di completare anche al di fuori della bella chiesa matrice di Tarzo".
Ed eccoci veder sorgere le fondamenta ed innalzarsi nel 1915 la facciata su disegno dell’ing. Toffolati di Vittorio Veneto.
La guerra e l'invasione ritardarono la fine dell'opera, ma non la troncarono. Tarzo, infatti, appena riavutosi dalle vicende belliche, si infervorò per portar a termine l'opera, ora finalmente finita e bella. È una vera opera d'arte.
Vi lavorò con intelletto d’amore la ditta Rosolen-Roccanelli di Vittorio Veneto. Tre statue magnifiche, esecuzione della predetta ditta, vi stanno in cime, quasi in segno augurale per i tarzesi: sempre più in alto!
Capitanato dal rev. Arciprete, tutto il paese vi concorse: e se una distinzione si può fare, questa è in riguardo dei tre fabbricieri Tomasi, Toniutti e De Coppi, i quali stanno in prima linea nei sacrifici, subito dopo il sig. Arciprete.
S. Ecc. mons. Vescovo benedì il 15 aprile 1926 (seconda festa di pasqua) questa facciata e all’omelia elogiò parroco, autorità civili e parrocchiali del riuscitissimo lavoro, compiuto a gloria di Dio e ad onore di Tarzo.
Il fatto è stato immortalato con una lapide murata al centro della facciata con questa scritta:
(traduzione )
 
QUESTO TEMPIO
dedicano in onore della B.V.M della Purificazione
rifulge ancor più bello grazie alla
NUOVA FACCIATA
interrotta per causa della guerra
In quest’anno giubilare 1925
benedetta dal vescovo cenedese e Conte di Tarzo
E. BECCEGATO
tra il gaudio del Clero e dei fedeli.
 
Nella costruzione della facciata si rispettò il portale in pietra viva del 1860, opera del Girardini di Lago. La ditta Rosolen-Raccanelli incaricò mio padre, allora alle sue dipendenze, per la posa in opera del grandioso manufatto e della sua martellinazione a mano. Nell'archivio parrocchiale si conservano delle ricevute in acconto che l'arciprete Panegnetti versava alla ditta, controfirmate da mio padre, Sartori Pietro. E fu per me motivo di grande soddisfazione il vederle conservate, anche se su semplici foglietti di carta!
L'arciprete Paneghetti volle che per la festa patronale del 2 febbraio 1925 venissero tolte tutte le impalcature in modo che il popolo si rendesse conto, giustamente orgoglioso, dell'imponenza dell'impresa, sempre sperando che si potessero portare a termine gli ultimi "rifinimenti" del lavoro entro il corso di quel anno giubilare; la lapide commemorativa era gia stata murata a perenne ricordo al centro della facciata; ma solo il lunedì di Pasqua dell'anno successivo l'opera poté essere ufficialmente inaugurata.
L'imprevisto nelle cose umane c'è sempre!
L'elettrificazione delle campane, i banchi nuovi, l'impianto di altoparlante, il restauro dell'organo, l'aver riportato l'interno della chiesa alla freschezza del suo primo stile originario, l'impianto di riscaldamento, la ripulitura della pala dell'altare maggiore e delle due tele giacenti in un vecchio ripostiglio e che un tempo ornavano i due altari ultimi della chiesa, la pavimentazione tanto necessaria del circostante sagrato con sottofondo di cemento ricoperto da lastre di porfido, sono le ultime realizzazioni in ordine di tempo, compiute dagli arcipreti Mgr. Romano Lucchetta (1950-1961), Mons. Basilio Sartori (1961-1967) e don Giovanni Gava (1967-1985).
È del 1975 la costruzione di un pregevole ed artistico altare di marmo, che ben si addice e allo stile del coro e alle esigenze della nuova liturgia. Ne è stato progettista l'architetto Antonio Monaco di Venezia e porta la scritta "ANNO SANTO 1975", dono di una persona a ricordo dei genitori defunti e la sostituzione in rame delle grondaie della chiesa.
"Voce amica" di settembre-ottobre 1982 continua con una serie edificante di altri lavori, tra i quali cito soltanto per brevità: anno 1973 , il restauro della pala dell'altar maggiore.
Anno 1981: rifacimento del tetto della chiesa, anno 1982 trasformazione della stanza a destra del coro, un tempo sede della Confraternita del Santissimo, in cappella invernale con pitture di Antonio Bernardi; pulitura dell'affresco del soffitto rappresentante la "Donna dell'Apocalisse Vestita di sole".
Dal 1985 è arciprete parroco di Tarzo don Mario Fabbro. Deve essere stato desolante per lui per la solenne festa patronale del 1988 trovarsi sul pavimento della chiesa un mucchio di calcinacci caduti dal soffitto!
La sorpresa creò un problema non di facile soluzione, anche per la spesa ingente cui si sarebbe andati incontro.
Si prospettavano altre inderogabili esigenze, come la tinteggiatura della chiesa, previo l'impianto di illuminazione secondo le regole e le leggi di sicurezza. A tutto si fece fronte, tanto che sul numero di luglio ed agosto 1990 di "Voce amica" si poté leggere questo "corsivo" sotto il titolo "Ecco la nostra chiesa".
Con la direzione dell'Architetto Ballestini e la consulenza della Commissione Arte Sacra della Curia di Vittorio Veneto, hanno lavorato le ditte Zanette di Cordignano per la pittura,
Da Dalt di S. Giacomo per l'impianto di illuminazione, Teso di Treviso per la messa in opera dei punti luce, Bet di Vittorio Veneto per il recupero e la doratura a foglia e Neosplendorsan di Montebelluna per la ripulitura delle lampade. A tutti questi è doveroso aggiungere anche i nostri concittadini Cadalt Giovanni, Bez Siro e Pilat Flavio che si sono prestati con grande disponibilità per tutti i lavori di contorno e di affiancamento alle varie ditte.
Ora la nostra Chiesa arcipretale ha trovato quasi la sua bellezza originale. La tinteggiatura è molto sobria e semplice, le paraste trattate con lo spatolato riflettono luce, il soffitto ripulito ha evidenziato in maniera fantastica l'affresco della Madonna. Degno contorno a tutto questo è risultato il ritocco a foglia oro dei quadri della Via Crucis e dei bracciali che sostengono i nuovi lampadari a dare splendore e luminosità a tutta la navata e al coro.
Le molteplici luci per il soffitto e i punti più significativi della Chiesa hanno come supporto un impianto e un quadro di comando all'altezza dei tempi secondo le regole di sicurezza previste dalle norme di legge. Manca qualche piccolo ritocco perché tutto risponda ai desideri degli operatori, ma il più è fatto. E il più è fatto anche con i debiti, solo che ormai i fondi della Chiesa e dei Benefattori sono tutti esauriti e i milioni da pagare sono ancora trenta circa (sono già stati pagati cento milioni). C'è sempre posto per chi vuole lasciare il tangibile segno alla Parrocchia soprattutto per dare il dovuto a chi ha lavorato e lavorato bene senza far sospirare i pagamenti come purtroppo bisognerà fare.
I risultati ottenuti, al di là di ogni debito, ci riempiono di orgoglio e i consensi di tante persone semplici ma anche di esperti ci gratificano al di sopra di ogni fatica e di ogni disagio vissuto in questi lunghi anni di lavoro.
Per questo meritano un caro riconoscimento tutto le donne che continuamente hanno prestato la loro opera per pulizie straordinarie ogni sabato e solo per un semplice grazie di tutta la Comunità

Il campanile

Il campanile - Parrocchia di Tarzo  (TV)

Ma contemporaneamente alle tappe più significative della costruzione o dell'ampliamento della chiesa arcipretale, troviamo pure, quasi parallele, quelle che hanno dato vita al campanile e alle immancabili campane.La torre campanaria di Tarzo, così si legge sulla lapide murata nel suo basamento, risulta nel suo basamento, risulta costruita nel 1540.
Fu successivamente sopraelevata nel 1722 e fu rafforzata nel 1885.
Per riferirci all'ultima data, l'entusiasmo e l'impegno di tutti risultano dalle parole del fabbriciere Pancotto Leonardo nel presentare il resoconto delle entrate e delle uscite di tale lavoro:
" Lodabile riuscì la premura del basso popolo impegnando le proprie braccia in mancanza di denaro, lodabile parimenti riuscì la generosità dei ricchi che somministrarono di che alimentare i lavoratori, e molto più lodabile e utile riuscì l’opera dei preposti che oltre alle prestazioni si resero garanti sulla ingente somma di lire 4944,43".
Le accennate prestazioni manuali dei poveri riguardano la strada di Nogarolo, Costarnol e Castellich che, appaltate a tale scopo, diedero oltre metà incasso.
L'opera era indilazionabile. Bisognava rinsaldare soprattutto le fondamenta del campanile; infatti, ancor oggi chi lo guarda, s'accorge che ha ceduto alquanto e pende verso l'orto della casa canonica e quando le campane suonano tutte a festa si nota benissimo a vista d'occhio la vibrazione della cella campanaria.
Non possiamo non riferire un fatto che ha dell'incredibile.
Quando nel 1722 il campanile fu innalzato, sopra la cella campanaria e al di sotto della guglia (una snella costruzione ottagonale con otto lati e altrettante nicchie arcuate) si pose un cornicione, sporgente di circa un metro senza protezione alcuna, strapiombante nel vuoto sottostante.
Verso il 1890 il ragazzo Pancotto Antonio di Giacomo poco più che undicenne, che non soffriva certo di vertigini, dipinse le otto nicchie raffigurandovi gli evangelisti e altri santi assieme alla Madonna.
Quelle pitture sono ormai tutte estinte ed irriconoscibili sia a causa degli agenti atmosferici, sia perché mancanti del sottofondo. È alquanto ancora individuabile soltanto alla figura della Madonna.
Il fatto entusiasmò la comunità tarzese che decise di inviare a proprie spese il ragazzo-prodigio all'Accademia delle Belle Arti di Venezia per perfezionarsi nell'’arte pittorica; purtroppo il ragazzo morì poco dopo, sembra per una polmonite.
Non si sa con precisione chi abbia fuso per le prime campane, quale fosse la loro grandezza e la tonalità e se lungo i secoli furono cambiate.
Certamente le prime, come era usanza del tempo, saranno state fuse sul luogo da tecnici competenti.
Si sa invece che il 6 gennaio 1918 gli austriaci prelevarono quelle che erano allora sul campanile per trasformarle in oggetti di uso bellico.
Nel 1979 fu collocato un orologio nuovo. Ma il campanile dava ormai segni di logoramento specie la cupola, ben visibili anche da terra, e alle cornici, rosicchiate dalle intemperie.
La ditta Socrate Pradal con molta disponibilità e competenza a innalzato le armature vero capolavoro di carpenteria e oggetto di ammirazione, quasi ricamo avvolgente il campanile.
Dopo diciotto giornate di effettivo lavoro con sei operai era al completo.
E quale restauro per la cupola?
C'è nel nostro dialetto un vecchio proverbio che dice "Pezo el tacon del buso". Come rattoppare la cupola?
Anche qui è prevalso il "far bene". Tanto i debiti si sente dire spesso, sono sempre stati pagati. E con questa filosofia di buon suggerimento si pensa di scarsi la responsabilità di contribuire.
La cupola rivestita di rame avrebbe creato slancio, vigore e soprattutto difesa e sicurezza del manufatto.
La ditta Zanette di Cappella Maggiore col bravo "Bepo" e il suo aiutante ha compiuto il lavoro con tenacia e bravura anche se sempre in posizione scomoda.
Sono stati impiegati circa 15 quintali di rame da 8-10.
La bandiera della croce porta una data 1770.
Anche questa sarà rifatta perché ormai consunta dalla ruggine.
Il piano delle campane fatto in cotto sostenuto da travi di legno ormai stava cedendo per le infiltrazioni d’acqua (e anche per le vibrazioni delle campane): anche questo sarà rinforzato con una soletta di cemento e i bordi delle balaustre ricoperti di rame come le cornici sovrastanti le campane.
Rimesso a nuovo anche il parafulmine per maggior sicurezza dello stabile e delle persone. Infine non resterà che togliere tutta l'’armatura metallica e il campanile apparirà splendente e rimesso in forza per continuare a vivere nel tempo.
Noi lo abbiamo ricevuto maestoso e solenne e un po' acciaccato dalle intemperie e dagli anni: lo affidiamo ai nostri posteri perché anch'essi ne abbiano cura.
Come consultivo resterà la grande spesa: ci auguriamo che alzando il capo e contemplando la cupola nella sua maestà e splendore possiamo dire:
È merito anche mio e della mia famiglia.
Sabato 12 novembre alle ore 20.30 tutta la popolazione è invitata in chiesa alla inaugurazione dei lavori del campanile assistendo al concerto d'organo con la "Corale di Laghi".
Le campane rese quasi mute in questi 2 mesi ripresero a suonare per rendere festosa e gioiosa la nostra comunità.