L'arciprete Ignazio Costantini (1797 - 1821) pensò di abbellire la chiesa di marmi preziosi, che prelevò dalla chiesa del convento di S. Francesco di Conegliano, soppresso in forza delle leggi napoleoniche; marmi che in attesa d'essere sistemati furono depositati provvisoriamente sotto la "loggia ", esistente là dove oggi si trova il negozio di Claudio De Coppi e che al tempo della Contea era la "Loggia dei mercanti". Ma mentre fervevano i lavori, il Costantini fu nominato canonico della Cattedrale di Ceneda.
Ecco perché il Rossi nel suo "Canto Pregi di Tarzo" esclama:
"Pria però di lasciar vuoto lo scanno
che cinque lustri già pastor lo accolse,
della sua greggia a mitigar l'affanno
il bel tempio a compir il pensier volse:
Tempio, che sull'altrui immenso danno
Sì gentile e sì vago a crescer tolse... "
E così "sull’altrui immenso danno" trova la sua spiegazione la presenza, nell'arcipretale di Tarzo, povero paese (oggi si direbbe "area depressa''), di marmi di pregio e di valore, quali il finissimo diaspro che adorna l'altare maggiore e il forbitissimo africano per gli altari laterali.
Se non fossero stati pronti a sfruttare una situazione così favorevole, anche se penosa per altri, i tarzesi non sarebbero certo arrivati a tanto.
Sulla nomenclatura degli altari ci sono però dei cambiamenti riguardo alle precedenti relazioni pastorali.
Infatti, nella relazione di Don Ignazio Costantini del 16 aprile 1820, si parla di cinque altari esistenti nella chiesa di Tarzo. Oltre all'altare maggiore solito, per gli altari laterali si elencano questi quattro: un secondo sotto il titolo del Ss.mo Crocifisso; un terzo sotto il titolo del S. Rosario con statua in pietra; un quarto sotto il titolo di S. Carlo e S. Francesco; un quinto sotto il titolo di S. Benedetto e Rocco.
Si fa pure rilevare che detti altari non appartengono più come un tempo alle "scole, ma sono provveduti di luminaria e suppellettili convenientemente dalla fabbriceria. Non va dimenticato che passò Napoleone, che incamerò ogni bene ecclesiastico anche delle "scole".
Nella relazione invece presentata in occasione della Visita pastorale di mons. Andrea Caron dal parroco don Manente il 17 maggio 1908, per quanto concerne i cinque altari altre novità: l'altare maggiore è sempre quello solito dedicato alla Madonna della Purificazione; per gli altari laterali invece si trova questa elencazione: quello del Redentore, del Rosario, di S. Giuseppe e di S. Antonio Abate.
Rimaneva però un grande vuoto ancora da colmare: le due ampie pareti del coro. Si pensò di affidarle, per due affreschi, all'arte inventiva del pittore bellunese Giovanni De Min, che allora andava molto di moda, e si decise che fosse raffigurata sulla parete di destra la "disputa di Gesù al Tempio fra i dottori all'età di 12 anni" e su quella di sinistra il "Battesimo di Gesù al fiume Giordano ".
Il pittore De Min per affrescare sulla parte destra del coro l'affollata scena del Battesimo di Gesù, scelse come modella la giovane e bella Francesca Longo, detta "la Dolcissima", nata vent'anni prima in Tarzo da Elena Mondini e Vincenzo Longo.
Nel grande affresco le assegnò un posto evidente e staccato in modo che risultasse visibilissima sulla destra del dipinto.
Per felice coincidenza il De Min, quasi presago dell'imminente sua fine, un giorno prese carta e carboncino e tracciò il ritratto di questa sua modella che lasciò nel cinquecentesco palazzetto della famiglia Longo, da lui quasi giornalmente frequentato nel vespro. Era chiamata "la Dolcissima” perché aveva sposato nel 1859 l’ing. Vincenzo Dolce di Cison di Valmarino. La modella rimase vedova ancor giovanissima, però nel 1869 si risposò, sempre nella chiesa di Tarzo, con il trentenne Pietro Ceschelli.
Non è affatto vero che il De Min temporeggiò nel portare a compimento i lavori per la spilorceria dei tarzesi e non contento del come si mettevano economicamente le cose nei suoi riguardiripetesse alle loro lamentele: "Qualis pagaio, talis spegazazio!". Questa, pare anzi, fosse una sua frase piuttosto usuale. Il De Min era ormai sofferente ed abbastanza vecchio, 73 anni. La morte le sorprese, infatti, a Tarzo il 23 novembre 1859.
I tarzesi fecero di tutto per poter tenere tra loro la salma dell’artista, ma tra i tarzesi e i bellunesi (il De Min era nato a Belluno) la spuntò Ceneda che lo seppellì nella sua chiesa cattedrale, dove ancor oggi se ne può ammirare il busto.
"Gli incompiuti suoi affreschi - nota l'Arc. Giovanni Cipriani in una sua relazione - pare siano stati portati alla forma attuale da un altro pennello vicino al De Min. Certo che la tarda età in cui era il De Min quando si assunse l’incarico di dipingere tali affreschi, è la causa principale del molto ch'essi lasciano a desiderare".